Uno sguardo inedito sul quartiere Tamburi

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Quartiere complesso nello sviluppo urbanistico e nella stratificazione sociale, al centro dell’attenzione nazionale in ragione della vicinanza all’industria siderurgica e per tutti i mali che ne conseguono. Eppure i Tamburi nascono in un’area salubre, in una campagna prossima alla città, che allora era circoscritta all’isola, con uliveti degradanti verso il mare e con uno stupefacente affaccio sul primo seno del Mar Piccolo. Alle case rurali e alle sparse masserie (se ne conserva una, la masseria Todaro), si sostituirono a fine ‘800 e nei primi del ‘900 nuove costruzioni destinate alle abitazioni dei dipendenti della Ferrovie, tenuto conto che la Stazione di Taranto, poco distante, fu inaugurata nel 1869. La ricostruzione post bellica, con le abitazioni popolari INA Casa, diede ulteriore impulso al quartiere definendo contesti abitativi di grande qualità affidati a progettisti di fama nazionale e marcati dalla famose formelle in maiolica che ponevano in evidenza il carattere di luogo di vita felice, diffuso in tutto il territorio nazionale. L’insediamento del centro siderurgico negli anni ’60 determinerà un ulteriore accrescimento del quartiere che vide la costruzione di condomini a più piani e la crescita esponenziale dei residenti. A dispetto dei mali derivanti dalla vicinanza dall’industria inquinante, il quartiere è oggi uno dei più animati della città, con attività commerciali distribuite lungo i principali assi viari, Via Orsini e Via Galeso, e una straordinaria vita culturale condotta dal CREST, cooperativa teatrale, che ha avuto il coraggio di realizzare uno spazio teatro – laboratorio, il TATA’, destinato all’intera cittadinanza, e non solo ai residenti dei Tamburi. Le condizioni ambientali, capovoltesi rispetto a quelle delle origini, procurano ora senso di marginalità, crescente quanto più ci si avvicina al confine con la fabbrica, a ridosso delle cosiddette colline ecologiche che dovrebbero fare da sbarramento ai veleni provenienti dagli impianti. Il progetto del Comune, finanziato nell’ambito del CIS, punta a rinfoltire le collinette e a creare una foresta urbana proprio lungo il versante verso la fabbrica, insinuandosi poi nel cuore del quartiere, fino alle cosiddette Case Parcheggio, che dovranno essere demolite. Le Case Parcheggio nascono nel 1980 a causa di gravi dissesti nella città vecchia, che indussero l’amministrazione comunale di allora a garantire un alloggio provvisorio a 500 sfollati, per una durata di un solo anno, il tempo previsto per i lavori di consolidamento delle antiche costruzioni dell’isola. Ma sono ancora lì a istanza di oltre quarant’anni. I Tamburi conservano inaspettatamente un cuore verde, con aree alberate e piccoli arruffati giardini privati, unifamiliari o condominiali, amorevolmente curati nonostante i veleni e i famigerati wind days. Inoltre la strada più panoramica di Taranto, via Mar Piccolo, dalla quale poter traguardare l’isola che si specchia sul mare, è proprio lì. Anche per questa parte del quartiere il progetto di riqualificazione del Comune prevede la realizzazione di un lungomare terrazzato con panorama mozzafiato. Ma per ora, se non i residenti, per le strade dei Tamburi che racchiudono una tranche importante della storia più recente della città, i tarantini non passeggiano. Alcuni vi si avvicinano per visitare le tombe dei propri cari, nel cimitero San Brunone realizzato nel 1845 per volere di Ferdinando di Borbone, così prossimo alla fabbrica, al punto che tutto appare coperto da una spessa coltre di polvere nera e rossiccia e gli stessi angeli di marmo posti a protezione dei defunti hanno l’aria di voler spiccare il volo verso cieli più tersi, dimettendosi in via definitiva dal pietoso incarico fin troppo protratto.