Dall’ Ilva al premio Oscar della musica classica

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L’INCREDIBILE STORIA DI GIOVANNI TAMBORRINO IN UN LIBRO SCRITTO DAL GIORNALISTA FRANCESCO MAZZOTTA

Se il nome è il simbolo dell’immediatezza con cui Dio ama ciascun essere umano, non si può non rimanere affascinati dalla storia di Giovanni Tamborrino, un nome che porta con sé un destino: le percussioni. Il ragazzino figlio della povertà semplice e contadina delle gravine di Laterza, che costruiva strumenti musicali da sé ed usava la cassapanca, tra i pochi arredi dell’unica stanza in cui dormiva con tutta la famiglia, per poter soddisfare l’urgenza di suonare la batteria. Due cucchiai in legno al posto delle bacchette e via, verso il sogno. Un sogno che da apprendista diciassettenne operaio dell’allora Italsider di Taranto, nel 2013 lo ha portato a vincere il premio Abbiati, l’Oscar italiano della musica classica con “ Mare Metallico”. In mezzo le grandi collaborazioni con i nomi dell’avanguardia colta musicale, da Luciano Berio a Sylvano Bussotti e Franco Donatoni. Una storia che ha dell’incredibile, raccontata come fosse jazz, dal giornalista e scrittore Francesco Mazzotta, nel libro “Dall’acciaieria alla fabbrica dei suoni – L’officina artistica di Giovanni Tamborrino”(edito da Zecchini editore, 165 pp, compresa una ricca galleria fotografica), con prefazione del giornalista e critico musicale Enrico Girardi. «Ero un ragazzino sveglio, mi piaceva imparare. Quando cominciai – racconta Tamborrino- mi trovai a montare le macchine dell’agglomerato, quei giganti che si vedono dalla strada. Andavo su in cima imbragato. Ero incosciente. Entravo nell’uranio, a tagliare i tubi con il cannello. Ho fatto il macellaio, il falegname, tutti i mestieri. Questo mi è servito per imparare a creare sculture sonore. Uso molti i metalli nella ricerca artistica.  Le campane tubolari che ancora oggi utilizzo, sono quelle che io mi sono costruito. Quello che ho fatto da operaio non l’ho disconosciuto. L’Italsider mi ha accompagnato. Quando ho composto “Mare Metallico”, il ricordo è andato a quando tornavo a casa coperto di minerale. Infatti il premio l’ho dedicato a Taranto»

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